Un tuffo nel mare del mio lutto

Un tuffo nel mare del mio lutto

Nuotavo.

Le onde erano alte, improvvisamente la costa mi fu lontana, e sotto i miei piedi c’era il vuoto.

Il cielo si era riempito di nuvoloni grigi e poi improvvisamente l’acqua entratami negli occhi mi aveva impedito la vista.

Si era spinta dentro alle orecchie impedendomi di sentire, e dentro alla bocca, nel naso e nei polmoni che avevano iniziato a bruciare.

Avevo cominciato a lasciarmi andare, il fondo si era fatto sempre più vicino, lo potevo toccare, non avevo più speranze.

 

Questo era il dolore del mio lutto.

 

Poi avevo mosso una mano, un piede, non so se coscientemente, ma mi ero ritrovata sulla riva, nel bagnasciuga, le onde mi bagnavano ancora le gambe.

Mi sentivo stanca, stanchissima. Ho iniziato ad annaspare, a tossire, ma non potevo, non volevo aprire gli occhi, era uno sforzo immenso, non volevo vedere dove mi trovavo e come ero conciata.

 

Ma poi la voglia di vivere fu più forte di quella di morire.

 

Ho respirato l’aria fresca e frizzante, quella che impregna tutto dopo il temporale, ed ho provato una sensazione di dolore nel petto…era il mio cuore.

 

Non ricordo come ma mi sono alzata, e a passo lento sono tornata a casa, ho acceso un fuoco, mi sono scaldata, coccolata, nutrita. Ho lasciato la porta socchiusa in attesa che arrivasse qualcuno a condividere con me il vuoto di quelle stanze.

 

E il mio uomo con i suoi tempi vi era entrato.

 

Un giorno sono tornata alla spiaggia, il mare mi faceva una paura tremenda. L’ho osservato da lontano, sembrava sussurrasse il mio nome, ma non mi sono avvicinata.

 

Qualche giorno dopo un’onda è arrivata ai miei piedi, la corrente era calda, ho provato una sensazione piacevole. Ma alla notte il mare con le sue onde mi travolse in un incubo di dolore.

 

Così per settimane smisi di andare alla spiaggia.

 

Con l’arrivo della bella stagione qualcosa mi richiamava ancora, una parte di me voleva andare, l’altra no… ma i miei piedi mi ci avevano portata lì sulla sabbia, dove un bambino biondino e dagli occhi azzurri giocava.

 

Assomigliava al bambino che avevo sognato e desiderato.

 

Mi sono fermata ad osservarlo, mi ha sorriso, allungando la manina e mi ha offerto una formina a forma di farfalla. Intanto senza accorgermene ero entrata nuovamente a contatto con l’acqua.

 

Da quel momento, ogni mattina ho ricominciato a frequentare la spiaggia, andavo all’alba con altre donne, raccoglievamo conchiglie con l’acqua alle caviglie che ci impregnava gli orli delle gonne.

 

Pian piano prendevo sempre più confidenza con me stessa, con il luogo e la paura iniziava a farsi sempre più leggera.

Una sera avevo raccolto tutto il mio coraggio ed ero andata al molo, mi ero seduta a guardare il mare, nero, misterioso e spaventoso, avevo immerso un piede sentendo la sicurezza del legno consunto sotto il mio sedere.

Una barca aveva attraccato, un piccolo uomo muscoloso era balzato sul molo, mi si era seduto vicino come se ci conoscessimo. Il suo sguardo si era posato sui riflessi del tramonto nell’acqua e non so come né perché aveva iniziato a raccontare: ”Non è che non ho voluto figli, ma la vita non mi ha voluto padre…” Così quello sconosciuto mi aveva confidato come la perdita del figlio si era trasformata nella fine della sua relazione, e aveva amplificato la sua incapacità di amare profondamente ancora.

 

L’avevo guardato in viso, nel suo sguardo sfuggente ci avevo visto la paura di vivere, il terrore del dolore.

 

In un attimo il pescatore era sparito, lasciandomi sola a domandarmi se fosse realtà o semplicemente un sogno della mia testa.

 

Così avevo respirato a fondo, e con l’aiuto dei piedi mi ero spinta dal pontile verso il mare che come sempre sussurrava desideroso di abbracciarmi, e l’avevo sentito avvolgermi bagnato e fresco, e avevo iniziato a nuotare.

 

Ero tornata a vivere, trasformando il dolore del lutto in un motivo per migliorare la mia vita,

che bracciata dopo bracciata si era reso lieve e leggero come una piuma.

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