La mia prima volta
“Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta.”
Thomas Stearns Eliot
“La prima volta non si scorda mai.”
Abbiamo sentito queste fatidiche parole diverse volte nella nostra vita, magari da un ragazzo più grande nella compagnia di amici, oppure da un anziano signore in vena di nostalgiche confidenze.
Una frase forse un po’ abusata ma di cui si riesce a comprendere il significato solo quando nasce spontanea dalla nostra esperienza.
Ed è vero… La prima volta non si scorda davvero.
È quello che mi sono ripetuto più volte dopo la mia prima meditazione. È stata un’esperienza molto forte dove ho potuto sfiorare la potenza di questa pratica.
È successo diversi anni fa, in una fredda sera d’inverno. Il mio era un periodo piuttosto tormentato, colmo di emozioni forti e contrastanti. Stavo capendo cosa volesse dire perdere il primo amore e allo stesso tempo un’amicizia importante nella mia vita.
Il mio maestro mi portò dove era solito meditare insieme ai suoi compagni, il luogo in cui avrei affrontato la mia prima meditazione da un’ora e mezza. Ero un po’ spaventato perché stare nella posizione del mezzo loto per tutto quel tempo si prospettava essere una vera e propria tortura fisica.
E devo dire che inizialmente lo è stata.
Il maestro diede alcune indicazioni circa lo svolgimento e poi iniziammo.
La meditazione era composta da due parti ciascuna di 45 minuti in cui avremmo praticato la meditazione chiamata Zazen e una meditazione in cammino, di circa 10 minuti, per separare le due principali, chiamata Kinhin.
Trovare la posizione corretta non era semplice e dopo i primi minuti cominciavano già i fastidi alle gambe.
Ma quello fu il meno. Quando ti siedi e non hai altro che te stesso, quando elimini tutti gli stimoli esterni, le distrazioni, il lavoro, la tua mente ti travolge con tutto quello a cui ti rifiuti di pensare, come uno tzunami pieno di detriti.
È stato sconvolgente.
Il cuore cominciava a battere freneticamente e tutte le immagini che non volevo vedere affioravano prepotenti. Resistevo con tutte le forze cercando di spostarle lontano da me, ma era come tentare di difenderti da una raffica di pugni mentre
sei rannicchiato per terra, indifeso.
Quei primi 45 minuti erano diventati infiniti e nient’altro che un supplizio.
Per fortuna la prima campana alla fine suonò e passammo alla camminata Kinin per dare tregua alle gambe ormai insensibili.
Infine, ritornai a sedermi consapevole di quello che mi aspettava.
Ma successe una cosa che cambiò radicalmente le carte in tavola.
Avvicinandomi nuovamente al picco di dolore ricordai le parole del mio maestro:
“Lascia andare”.
Furono decisive.
Con incertezza decisi di “cedere” a quelle visioni e alle emozioni che mi suscitavano e mi concentrai solo sul respiro.
“Lasciai andare” e mi misi di fronte ad un fiume in piena, smisi di resistere.
Fu molto forte all’inizio, ma più accettavo di avere quei pensieri, più li accoglievo; più lasciavo loro esprimersi e più perdevano di forza.
Le immagini diminuivano, i pensieri negativi si affievolivano e le mie emozioni si appiattivano dolcemente come la superficie del mare al termine di una tempesta.
E come la boccata d’aria fresca dopo un’eternità in apnea…. mi sentii libero, era tutto finito.
Non percepivo più quelle sensazioni orribili e i dolori alle gambe erano scomparsi. La mente era pulita: non avevo più pensieri.
Fu davvero strano ma mi sentivo letteralmente in pace.
Avevo solo il mio respiro.
Improvvisamente la campana del maestro suonò, segno che la meditazione era giunta al termine. Incredibile. Il tempo era volato. La mia percezione del tempo aveva perso la bussola. All’inizio i secondi erano pesanti come ore e in fine i minuti si erano trasformati in battiti di ciglia.
La cosa strana era che in quel momento non volevo più alzarmi.
Al termine della serata, quando ci salutammo e ci avviammo verso casa non avevo più quel senso di oppressione sul petto e mi sentivo libero, quasi svuotato da quella cortina nera e pesante che mi riempiva e avvolgeva.
L’unica domanda che mi era rimasta fu:
“Per quale motivo stavo male, prima di entrare?”





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