Il déjà vu di apocalypto

Il déjà vu di Apocalypto

Ecco il momento preciso da cui prende ispirazione questo articolo estratto dal film Apocalypto: > https://www.youtube.com/watch?v=3KnWAENKnsg

“Hai mai vissuto una situazione con la sensazione di averla già vissuta, insomma il classico déjà vu?”

Io “si”, ma mai intenso come quello di adesso. Sono in auto fermo con il rosso e scorro annoiato la timeline di facebook sullo schermo del mio cellulare. Chissà perché, ma vengo attratto da un video estratto dal film Apocalypto diretto da Mel Gibson nel 2006.

Quando uscì nelle sale, devo ammetterlo, non mi mi piacque.

Nel videoclip un gruppo di indios seduti in cerchio ridono mentre scuoiano un grosso tapiro appena ucciso e ad un tratto, proprio mentre sto indugiando con l’indice sospeso in aria pronto a cassarlo con forza, accade l’inaspettato:

Il protagonista si alza rimanendo in silenzio, estraniandosi dalle risate dei suoi compagni. Tutto di lui mi fa capire che ha appena percepito un pericolo imminente alle sue spalle. È un fascio di muscoli teso come una corda di violino, è pronto a vibrare per meglio percepire qualsiasi suono anomalo che stona dal normale concerto della foresta attorno.

 

È a questo punto che scatta in me un déjà vu.

 

Mi sento proprio come se fossi lì al suo posto, ma non come quando mi immedesimo in una scena di un film, perché qui c’è di più. È qualcosa di profondo e ancestrale che si risveglia dentro di me.

 

È come se questa esperienza l’avessi già vissuta centinaia di volte. È qualcosa che mi appartiene perché “memorizzata” a livello istintuale e non a livello razionale. Come se in una vita passata avessi fatto gli stessi identici gesti. E se tutto questo fosse scritto nel nostro codice genetico? Se facesse parte di un bagaglio di informazioni di base indispensabile a preservare la specie e tramandato di padre in figlio?

 

La situazione diventa ancora più assurda perché ascoltando le sensazioni che emergono è come se portassi un paio di occhiali che sfocano e opacizzano il mondo reale attorno a me, mentre i rumori del traffico cittadino diventano indistinti, lontani come fossero ovattati. Mi pare di guardare la città attraverso un imbuto opaco che deforma colori e suoni.

 

Paradossalmente il mio cuore è immerso in una brulicante florida foresta dalle mille sfumature del verde, mentre fuori imperversa una giungla urbana di asfalto e clacson che reclama la mia attenzione con insistenza. Da questa frizione tra mente e cuore nasce un certo straniamento che porto con me per alcuni lunghissimi secondi.

 

Nel frattempo il protagonista del film si gira verso la foresta e si tende all’ascolto. Un percepire che coinvolge non solo le orecchie ma anche gli altri muscoli del corpo. È noto come gli uomini percepiscono con la pancia e le mani certe frequenze sonore e attraverso i piedi le vibrazioni del terreno.

Ma non solo… si attiva un vero e proprio senso senso. È tutto il corpo che sente come fosse una meravigliosa e complessa antenna. La pelle, per esempio, è uno dei più vasti organi riceventi dell’organismo.

 

La foresta sembra comunicare ciò che sta per accadere e qui il regista è davvero bravo a farla pulsare per un attimo fissando nella pellicola l’alzarsi di un alito di vento. Infatti l’intreccio di fronde e liane si muove in modo quasi impercettibile come una coperta sopra a un petto che respira. È vero che madre natura “parla” e mi ritorna in mente quel senso di pericolo che avverto quando tutti gli uccelli smettono di cantare. È la stessa preoccupante e insolita calma prima della tempesta.

 

Mi chiedo: “Da dove emerge quell’istinto che mi avvisa di un pericolo imminente?”

Non di sicuro dalla mente.

 

L’unica certezza è che ho provato la sensazione di essere tornato a casa. Di aver vissuto un’immersione, anche solo per pochi minuti in una realtà che mi appartiene nel profondo: dove gli odori, le luci e i colori parlano di natura selvaggia. Dove mi sento veramente io, rapito totalmente in una danza con la madre di tutto il creato.

 

È questa la casa:

Dell’Ascolto. Dei momenti interminabili osservando dei piccoli animali, delle piacevoli attese e delle tensioni prima di balzare sulla preda.

Dei Cicli. Quel naturale alternarsi di eventi passando: dal liscio al ruvido, dal nuovo al vecchio, dalla tribù e alla solitudine, dal giorno alla notte, dalla luce all’ombra, dalla vita alla morte.

Del Contatto. Il fango, che pian piano asciugandosi, tira e irrigidisce la pelle. Il sapore metallico del sangue succhiato da una ferita. L’odore del muschio raccolto lasciato a seccare e quello dei vestiti affumicati dal fuoco. Il fiato mozzato e il sapore del sudore che gronda dalla fronte. Lo spettacolo di un cielo incendiato che ti appaga il cuore e ti fa sentire un privilegiato.

 

Stare in questo traffico caotico è, invece, come inghiottire sabbia. È come danzare con un corpo morto che posso chiamare asfalto, cemento o questa strana stufa di metallo con le ruote chiamata automobile.

 

Tornare alla vera casa è come riscoprire una danza che ho fatto per centinaia di anni. È come unirsi alla terra e scendere dentro il pozzo sacro per dissetarsi di acqua pura alla luce della luna. È correre con le ali ai piedi come un mustang selvaggio che sfida il volo di un’aquila fino all’ultimo respiro.

 

Il video continua e il più anziano nota per primo il comportamento del figlio e si mette all’erta alzandosi immediatamente. Tutto il gruppo lo vede e lo segue passando ad un’altra modalità, già dimentichi delle risate. Ognuno impugna la sua arma ed è da notare come tutto avviene nel totale silenzio. Comportamento che per noi urbanizzati è purtroppo divenuto così estraneo e inusuale. Loro invece si capiscono alla perfezione con misurati movimenti e semplici sguardi. Come fossero un corpo unico si coordinano prima all’ascolto, poi all’allerta, poi alla tensione e quindi si preparano al combattimento appena la foresta sputa fuori una tribù estranea.

 

E ancora, con un solo gesto della mano, l’anziano tranquillizza il suo sparuto gruppo e inizia a parlare alla tribù estranea cercando, con calma e saggezza, di condurre la situazione lungo la via della pace e del rapporto di scambio fruttuoso, anziché imboccare la via delle armi.

È ancora tempo di vivere sotto l’azzurro cielo e non quello del sangue rosso come il tramonto, che annuncia il buio della notte e della morte della tribù.

 

Ecco il momento preciso da cui prende ispirazione questo articolo, estratto da film Apocalypto: >

https://www.youtube.com/watch?v=3KnWAENKnsg

 

 

 

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