La deformazione dello spazio e del tempo
Sbuca da un portone sullo stretto viottolo dai riflessi di pietra lucida come cuoio bagnato.
Emerso così, all’improvviso, da un mondo color ardesia che gli è rimasto appiccicato sulla schiena.
Una luce dorata svela un incandescenza che lascia il passo al led nell’ora dell’imbrunire. L’odore di betel¹ sembra sputato fuori a forza dai muri come pelle madida di sudore.
Tutt’intorno l’aria pulsa di vita ma sembra sull’orlo di un evento imminente: aleggia un triste presagio per una città che sembra ormai troppo vecchia.
Il suo sangue è malato di immondizia e letame, ma si mescola al profumo intenso di fiori e preghiere a sostegno di un debole battito. Ribolle, sotto galleggianti lastre litiche, un’energia pronta a esplodere schizzando da sotto le suole, come lingue di fuoco sputate dall’inferno.
“Sono a Venezia?”
No, questa è Varanasi dai cavi aggrovigliati vomitati dai portoni sul lurido lastricato, come bocche spalancate in urli soffocati sul lettino di una sala operatoria. È la terra della vita, della morte e della permanenza e allo stesso momento il luogo dove spazio e tempo si fermano.
Lui è immobile.
Dall’immondizia ammonticchiata silenti serpenti di fumo salgono sinuosi, appena oltre i tetti, affogando nel profondo cielo nero.
La gola gratta a ogni singolo respiro, satura di quel combusto velenoso mescolato al sapore di garam masala².
Tutto si è fermato, come fossimo precipitati dentro una bolla che congela tutto al suo interno, anche le lancette dell’orologio.
Resto invisibile ai suoi occhi di ossidiana lucida, come fossimo intrappolati dalle stesse forze titaniche che li hanno creati.
Lui è assorto.
Come un felino sospende la sua zampa senza perder di vista la sua preda, così porto al petto l’obiettivo, in un tempo che si allunga all’infinito, assaporando goccia a goccia questo mondo sospeso.
Il ricordo si fissa nella memoria come carta che cede sotto la pressione d’una pesante rotativa Heidelberg del ‘56: un colpo per i suoni, un colpo per gli odori, un colpo per i colori e così via fino a rilegare il libro di questo momento.
Mi chiedo: “Il suo corpo è qui ma lui, in verità, dov’è?”
Lui è solo.
Lasciato solo da tutti a misurarsi con una città carica come un defibrillatore pronto a togliere o a dare luce, potente da farti camminare per giorni senza bisogno di mangiare e infine sacra: in cui rispetti il passaggio delle vacche anziché quello comandato dai semafori.
Tutto urla attorno come una madre disperata che ha perso il figlio.
La sorniona scritta pubblicitaria sa che il rosso sangue attira l’attenzione dell’occhio, così guida l’uomo dove lei vuole come un docile cagnolino soggiogato ai suoi stessi desideri.
Ma lui non è un uomo!
Lui è un bambino.
Cosa ci fa, uno della sua età e a quest’ora della notte, proprio qui?
Questo posto è insolito tanto quanto la sua immobilità.
Sento che ha deformato lo spazio e il tempo piegandoli come un cucchiaio di metallo, con quella stessa inconsapevole mano che ora non sa di reggere le buste di plastica.
Ad un tratto non c’è più lui, non ci sono io e nemmeno la scena attorno.
Lui è calmo.
Le sue scarpe dicono che ha già usurato le vie di Kashi³ ostili solo ai miei occhi occidentali.
Non ha paura, ha solo un amplificata percezione delle cose attorno…
“no!” Mi sbaglio: la sua mente come la cruna d’un ago si è concentrata per viaggiare a bordo di un solo mezzo vibratorio.
Lui è immerso.
In uno spazio che non è spazio, in un tempo senza tempo.
Ha mandato in mille pezzi l’orologio e lo spazio attorno trasmutando la materia.
Il suo mezzo è la musica di un matrimonio che risale dal fondo del viale fino a qui, ma il suo fine è un altro.
Nella striscia incorniciata dai tetti la volta celeste inizia a ruotare come un film accelerato, ma poi rallenta fino a fermarsi.
Perché il mezzo non va mai confuso con il fine.
Perché il mezzo ad un tratto lo abbandoni.
Lui è nel qui e ora.
1 – Betel: indica la Piper (Chavica) betle: un arbusto rampicante. Spesso gli indiani tengono in bocca questo bolo formato da una foglia di Piper betle che racchiude un pezzo di calce e un pezzetto di noce di Areca catechu. Non lo deglutiscono, ma lo masticano solo, producendo così un leggero stato di ebbrezza.
2 – Garam masala: mescola di spezie tipiche dell’India. Letteralmente questo nome significa spezia calda intesa anche nel senso di piccante. A ritorno del mio viaggio mi resi conto che la mia stessa pelle profumava di quest’ottima e saporita spezia che avevo avuto il piacere di gustare in parecchi piatti tipici indiani. Si prepara miscelando alcune spezie tra cui: la cannella, i semi di cumino, il coriandolo, il cardamomo, i chiodi di garofano, i grani di pepe nero e la curcuma e altro ancora a piacere del cuoco.
3 – Altro nome della città Varanasi come Benares o Banaras o Benaras o Kasi (India).




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