L'abbraccio mancato

L’Abbraccio Mancato

Quando la morte arriva nella tua vita qualcosa tocca, smuove, agita nell’animo e, anche se non vuoi, fa affiorare ricordi e domande esistenziali.

Mio padre non è mai stato un uomo di tante parole. Sono stati rari i suoi momenti di condivisione di pensiero e, soprattutto, di emozioni.

Sono cresciuta in una famiglia in cui tutto era gestito da mia madre e a questo uomo era stato dato il solo compito di sostenerci tutti e 8, attraverso il lavoro, la fatica ed il sacrificio. C’è sempre stato il filtro di mia madre che, in qualche modo, tesseva le fila del rapporto tra me e lui.

Mio Padre non era avvezzo alle parole, ancor meno abituato alle carezze.

Forse per questo, oltre che alla distanza insegnatami fin da piccola da mantenere con lui, ho sempre vissuto momenti di grande disagio quando ero “costretta” a rivolgergli la parola direttamente o per stringergli la mano e darci due baci sulla guancia per le ricorrenze.

Tutte quelle mattine di Natale, animate da un cuore in subbuglio man mano che si avvicinava il momento di avvicinarmi a lui, tendergli la mano e porgere le guance per i rituali auguri.

Per tanti anni, senza riuscire a comprendere il perché di questo fenomeno e senza poterlo condividere con lui o mia madre, vivevo questa grande emozione mista a paura e vergogna.

Uno dei rari momenti di tenerezza e calore libero fra noi ci fu quando una sera, quando avevo 6 anni, finsi di essere stanca durante una festa paesana e mia madre gli ordinò di prendermi in braccio e portarmi a casa.

Ricordo ancora che li, tra le sue braccia, decisi di far finta di dormire perchè desideravo con tutto il cuore che quel momento durasse il più a lungo possibile. Era un’emozione nuova, strana, calda.

Papà non era stato educato a questi gesti. Neanche dai suoi genitori.

Ci ho messo anni, e periodi di grossa crisi interiore, per comprendere che lui non era consapevole di questo e che i suoi silenzi, i suoi mancati apprezzamenti o attenzioni nei miei confronti, non erano dovuti al non amore per me. Non poteva agire diversamente perché questa era stata la lezione di vita ricevuta dai suoi maestri.

Papà ha vissuto nel silenzio e nella solitudine interiore.

E pochi giorni fa se n’è andato così. Nel silenzio.

Osservo la bara che contiene il suo corpo e una luce si accende nel mio cuore.

Il mio bisogno di raccontare, il mio desiderio di esprimere i miei sentimenti. Il piacere che provo nel donare (e ricevere) abbracci, sono stati una reazione a quello che ho ricevuto, ma non solo questo.

Comprendo che questo mio bisogno è il suo che, in me, si è trasformato. Lui aveva strumenti di cui nessuno gli aveva insegnato l’uso e, inconsapevolmente, li ha donati a me perché potessi diventare voce e braccia di un cuore abituato a stare rinchiuso e non mostrarsi.

Nel mio ultimo abbraccio ho solo potuto dargli quel tenero bacio mancato in questi anni e sussurrargli che, con quel nostro ultimo saluto in questa vita, recuperavamo tutti gli abbracci e tutte le parole che non siamo riusciti a dirci mai.

Mi sono chiesta nel mio percorso spirituale a cosa “servano” i genitori… certo ci danno la possibilità di venire al mondo e ci siamo scelti per poter portare avanti un progetto di vita insieme. Ma con la partenza di mio padre, ho anche compreso che mi ha trasmesso dei Doni che, ora, posso utilizzare con maggiore consapevolezza.

Il suo ultimo saluto mi ha permesso di prendere coscienza di cosa è per me importante realizzare, con le parole, gli abbracci, la vicinanza, la presenza. E il sostegno silenzioso quando è necessario.

Ma soprattutto, il nostro saluto mi ha permesso di comprendere l’importanza di non temere più un abbraccio o una parola d’affetto o d’amore.

Ho imparato che, davanti ad una persona ritrosa, è possibile si nasconda una storia simile a quella di mio padre e che donare un abbraccio improvviso e sincero e forte, possa sciogliere il muro che alcune persone si sono costruite per difendersi o per timidezza.

 

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