La Potenza della Non Violenza
Immagino attorno a me la folta famiglia veneta consumare, diversi anni prima, un pasto frugale, condividendo la dura vita di montagna fatta di semplicità, di lunghi silenzi e di grandi lotte per addomesticare animali e una terra a volte così gelida. Lancio oltre i miei piedi, tra le fiamme del fogher¹, questa domanda:
Dove mi ha portato la conoscenza?
Da quei giorni mi sono veramente evoluto?
Intendiamoci subito: io stesso, oggi, beneficio del progresso che ha prodotto questo portatile, internet e un sistema cloud che fa arrivare a te questo scritto. Tutto ciò è molto affascinante e ne sono grato, ma c’è qualcosa lì nel profondo che non quadra, come un tarlo che non mi lascia in pace.
Anni fa, spenta la TV, ho ascoltato i racconti degli amici riguardanti un teatro politico che si reitera ciclicamente. La storia, semplificata ai minimi termini, appare così: un uomo cerca il potere, il denaro o altro al di fuori di sé, trova il consenso di altri bisognosi come lui di qualcosa, scatena una guerra e capovolge lo status quo. Prima i re, gli imperatori, le alleanze, i terroristi, poi le coalizioni di pace e così via, lo scenario drammatico di morte e rinascita si ripete cambiando solo i nomi degli interpreti. Questo è un percorso ciclico di comprensione, ma ne esiste anche un altro possibile.
L’universo mi ripropone eventi simili, a volte anche spiacevoli, perché non li ho compresi completamente. Un esempio è un semplice mal di testa, che mi fa ricordare come poche ore prima io abbia esagerato con lo sforzo mentale, senza ascoltare i segnali del mio corpo.
Tutto ciò che avviene nel microcosmo si rispecchia anche nel macrocosmo. Come se stessi usando una lente di ingrandimento, metto a fuoco eventi come frattali che si ripetono all’infinito.
I biologi stanno scoprendo che in natura accade proprio questo, e allora perchè ciò non può accadere anche nei pensieri e nelle azioni, che sono pur sempre frutto di questa realtà dalla matrice biologica?
Per uno scherzo della lingua italiana “fuori di sé” indica un uomo che ha perso le staffe oppure, in altro contesto, colui che vuole risolvere i propri problemi guardando fuori da se stesso. Questo suo tentare all’impazzata genera crociate coinvolgendo le masse pur di perseguire lo scopo. Nel piccolo della sua realtà domestica crea incomprensioni, litigi o divorzi.
La radice è sempre la stessa: cerca la soluzione al di fuori di sé stesso.
E più si sforza di trovarla e più gli sfugge di mano. Più cerca di stringerla per trattenerla e più la soluzione gli scivola via come sabbia tra le dita.
Sto scoprendo che la risposta a tutti i mali si risolve solo quando cade la domanda.
A volte mi accanisco a trovare le risposte giuste, fatte su misura per la mia famiglia o per il mio gruppo di amici. Ritrovo lo stesso in chi cerca, facendo politica, il consenso della maggioranza o di una coalizione. Ci si schiera ogni giorno cesellando risposte a queste domande: È giusto attaccare quel Paese? È sbagliato reagire ad un attentato?
La risposta sta proprio nel far cadere la domanda. Si dissolve perché è proprio svanita dentro di me. In un istante, tutto ciò che fino a prima mi era incomprensibile, diventa limpido come pura acqua di fonte.
Mi spiego meglio:
Anni fa, guardai il film “Sette anni in Tibet” e rimasi con un nodo stretto in gola. Avrei voluto urlare a favore di questi poveri tibetani invasi ingiustamente. In più, ce l’avevo a morte con questi invasori cinesi dipinti senz’anima e senza religione, ma ancor più paradossalmente ero arrabbiato con questi tibetani che non si erano organizzati a dovere. Infatti avrebbero potuto difendersi, in un favorevole valico tra le montagne, impegnando le truppe avversarie per qualche giorno. Questo avrebbe loro dato il tempo utile a sensibilizzare l’opinione pubblica del resto del mondo e, magari, garantirsi un aiuto attraverso un alleanza. Supponevo che un paese come gli Stati Uniti avrebbe ben gradito avere quel fronte avanzato così utile per fermare il colosso comunista.
Tutto ciò è molto logico per noi occidentali abituati alle trame di politica e potere. Ancor di più per noi italiani che, dopo la seconda guerra mondiale, ci siamo riparati sotto il cappello statunitense.
Ma per i monaci buddisti non è stato così.
Quando l’ho capito ho sorriso, ricordando la mia reazione e i pensieri scaturiti da quel film.
Il monaco buddista ha ceduto all’invasore o, per meglio dire, non ha fatto proprio nulla. Ogni tipo di reazione sarebbe stato un azzeramento che avrebbe fatto ripartire quel ciclo interminabile di aggressione, vendetta, pace e così via, di nuovo da capo.
Ti porto un altro esempio, anche se non così netto come quello tibetano.
Ti ricordi quando Gandhi riuscì con una marcia e con la forza della “non violenza” ad allontanare l’impero inglese dall’India?
Quell’urlare “Aahimṣā! Ahimṣā!²” fu come una fiaccola di speranza che illuminò la via dell’evoluzione possibile, verso una comprensione delle cose senza le guerre, e con un uomo finalmente rivolto verso se stesso e non verso il potere o le ricchezze fuori di sé.
Ma torno al monaco tibetano che, a mio parere, più centra il punto della questione.
Egli lascia passare l’invasore cinese perché questo deve esperienziare. Le truppe rosse sono come un fiume in piena che travolge tutto. Il popolo tibetano non ha fatto una diga per fermare la violenza con altra violenza. Così facendo non danno origine ad altri fiumi o altri rivoli che ne rallentano il corso e moltiplicano i rancori e le vendette di generazione in generazione.
L’impero cinese, anche avesse conquistato il mondo intero, ad un certo punto si sarebbe stancato delle meraviglie, perché non esiste tesoro che soddisfi la fame di potere. Alla fine sarebbe stato vittima di se stesso. Inevitabilmente, una volta posseduto tutto e tutti, avrebbe cercato ciò che non ha mai trovato e, scoprendolo così vicino a sé stesso, avrebbe riso a crepapelle o sarebbe impazzito.
Il monaco lascia che il fiume cinese scorra verso il mare senza intoppi. Quando anch’egli sfocerà lì, allora l’aggressività svanirà perché avrà trovato Dio.
Ora capisci bene come la risposta viene da sé, perché svanisce la domanda.
Non ho bisogni, non ho attaccamenti, non ho nulla su cui tu, invasore, possa far leva. Anzi non sei nemmeno un invasore. Sei un’anima che, come me, deve fare un’esperienza per meglio comprendere. Quando avrai indagato te stesso, ed io non ti ostacolerò in questo, allora la nebbia andrà via dalla tua mente e, finalmente, vedrai la luce illuminare il tuo cammino.
Impugno di nuovo la lente di ingrandimento e riporto tutto questo alla mia esperienza quotidiana: È come essere vicino ad una coppia che si sta lasciando, ma senza interferire. Cosa potrei fare di veramente utile se non essere presente senza aggiungere nulla se non l’Ascolto?
Fermandomi a meditare profondamente tutto questo rumore perde di volume.
Il caos si acquieta dentro di me. Tutti questi eventi scorrono verso un’unica meta.
Non sono le mie emozioni, non do ragione all’uno o all’altro, non faccio parte di alcun schieramento e non sono nemmeno i pensieri che ho condiviso con te in questo testo.
1 Fogher: tipico spazio della casa o delle baite di montagna utilizzata per ospitare al centro il focolare. In genere circondata da panchine per sedersi (vedi immagine).
2 Ahimṣā: dal sanscrito “non violenza”.




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